Avevamo parlato dei Revangels, band pavese, nel 2023 quando uscì il loro primo EP The Way To
The Stars. Da lì la band ha continuato l’attività live attivando anche una nuova forma di show
chiamato Jukerock nel quale il pubblico è invitato ogni volta a scegliere la scaletta del concerto.
Contemporaneamente il gruppo che ha mantenuto la line-up originale (i fratelli Ivan e Andrea
Montafia alla chitarra e basso, Angelo Liaci alla voce, Giancarlo Ragni alla batteria), ha avuto la
fortuna di registrare una versione live di un loro brano (The Way To The Stars) agli storici studio di
Abbey Road che appare solo nella versione CD. Il loro nuovo LP Here Comes The Stars esce per la
VREC il 20 marzo 2026 con la produzione di Pietro Foresti. Legati ad uno stile di hard rock
grezzo ed epidermico con brani dalla cadenza incalzante, forti di ritornelli da anthem corali e da
uno spirito esecutivo selvaggio e feroce, i Revangels popolarizzano una versione del rock’n’roll che
oscilla fra ritornelli epici in armonie granitiche, impeto virile, aggressività frustrata e ritmi marziali,
secondo un canone che parte dai Deep Purple e dai Led Zeppelin, passa per gothic punk di Cult e
Mission fino ad arrivare al grunge degli Alice in Chains e dei Soundgarden.
A questo canone appartengono almeno metà dei brani della scaletta dell’album dai grunge classici di The Way To
The Stars e Play With The Fire, alla cavalcata heavy metal con battito disco di Lost, all’hard rock
Roccioso di Unchained e alle cadenze panzer di You Gave Me All And You Leave. La seconda parte
dell’album documenta invece il tentativo di sfuggire ai paradigmi dell’hard rock tentando via via
soluzioni più melodiche (un po’ come facevano i Blink 182) abbracciando il lamento nevrotico alla
Neil Young in The Prayer Of Jabez, la novelty folk rock rock di 1000 Ways, lambendo le vertigini
psichedeliche nel pop rilassato westcoastiano di Come Back To The Stars o incrociandolo con
l’hard rock funky di The Way Back Home alla Red Hot Chili Peppers fino a sconfinare nel pop punk
alla U2 in A Spark In The Darkness e soprattutto nella cover di Angel Of Harlem (con i Genn come
ospiti graditi) e raggiungendo così un magico equilibrio fra tensione drammatica e rilassatezza
atmosferica. La gestione di questo paradigma double face all’interno dello stesso album aggiunge
varietà e verve a un sound che altrimenti rimarrebbe ancorato a una sorta di obsolescenza
dell’hard rock più aggressivo e invece collega la violenza e la passionalità del rock duro a soluzioni
armoniche che implementano le ambizioni artistiche del gruppo, generando così uno strumento
più duttile ed efficace per l’espressione della loro coscienza pubblica.
di Alfredo Cristallo.





