BONIFACIO MADEYES Zero Over Zero

Bonifacio MadEyes è lo pseudonimo del cantante e chitarrista Paolo Bonifacio. Ligure di nascita, si è da tempo stabilito a Milano dove insegna Fisica e Matematica All’American School Of Milan. Il suo percorso è una sovrapposizione di attività artistica e musicale che lo ha portato a viaggiare, vivere e lavorare in Canada, Brasile, Francia, Scozia e Inghilterra. Ha pubblicato il suo primo album intitolato Back To Back nel 2014 come Paolo Bonifacio per la UltraSound Records, avviando subito dopo (col supporto di Marco Giannetti al flauto e Timo Orlandi al basso) una feconda attività concertistica che ha prodotto le MadEyes Sessions che si contraddistinguono per lo spazio lasciato alla libera improvvisazione musicale e per la contaminazione fra blues, psichedelia e prog-rock.

Sostanzialmente lo stile di Bonifacio ha assorbito lo stile dei guitar hero del blues da John Mayall (blues ritmato, agghindato con assoli intrepidi) a Jeff Healey (groove vibrante e acrobatico), dal roots-rock fantasioso ed eterodosso di Jorma Kaukonen al purismo spettacolare e maniacale di Stevie Ray Vaughan creando quindi un sound a metà strada fra il twang boogie di Elmore James, il compassato puntillinismo di BB King, i riff nevrotici di Chuck Berry e i glissando sensuali di Hendrix.

Nel suo nuovo disco Zero Over Zero uscito il 25 gennaio 2019 per la Ultrasound Records/MadEyes Records, questa tecnica sfavillante e caleidoscopica viene messa al servizio di composizioni che intersecano il Paisley Underground degli anni Ottanta e il Desert Rock degli anni Novanta (Black Blood, Very Natural), il rock blues sguaiato e lascivo dei Rolling Stones (Fell On The Ground con crepitante assolo di tromba), ballate folk rock ricche di pathos e nevrosi alla Neil Young (Has Anyone Seen My Baby con un grande assolo d flauto, Night Song acustica e notturna), blues psichedelici alla Eleventh Dream Day (Water). La peculiare abilità di Bonifacio sta nel costruire composizioni intricate e intense che possono assumere le cadenze frenetiche del punk rock (Ragweed Dog con frenetico strimpellio di chitarra), distendersi in atmosfere solenni e ariose (Salvation II) e infine indulgere in un voodobilly ipnotico, drammatico e anfetaminico che riesuma i
cerimoniali esoterici e demoniaci dei Gun Club (dai blues rock vampireschi di Hold Back e Another Lie fino al torrenziale dark blues finale della title-track che si prolunga per oltre 13 minuti). Bonifacio trova anche il tempo per un’ispirata cover della dylaniana All Along The Watchtower suonata (ovviamente) come l’avrebbe suonata Hendrix. Ogni brano è una dissertazione dell’orrore (o dell’insolito) che applica un glaciale iper-realismo alla società contemporanea. La musica è classica perché cita i classici, li ricicla, li amalgama, li plasma e li avvolge in coreografie sonore innovative. Oltre ai fidi Giannetti e Orlando, Bonifacio (qui anche al computer programming) si avvale della collaborazione stabile di Andrea Paganetto (tromba) e Stefano Bertolotti (batteria) e di quella occasionale di Anna Bazueva (voce, flauto), Francesco Montesanti (chitarra slide), Alberto Mannuzzi (organo) e di Riccardo Grosso e Marco Pandolfo (armonica). Il titolo dell’album significa zero diviso zero.

Si tratta di un’operazione matematica che è qualcosa di indefinito e assume un significato solo quando viene inteso come un processo dinamico in atto in cui due quantità vengono divise mentre tendono a diventare sempre più piccole, senza mai fine: a seconda di come si avvicinano a zero, ovvero dal loro rapporto di forze dialettico, il risultato può potenzialmente essere qualsiasi cosa, un numero finito o tendente all’infinito. Partendo da qui Zero Over Zero fa riferimento alle molteplici possibilità dell’Essere, a come variazioni infinitesimali, apparentemente insignificanti possono condurre ad esiti e situazioni radicalmente differenti.

Quest’articolo è dedicato alla memoria della mia gatta Gina morta 10 giorni fa (probabilmente)di infarto. Si era presentata a casa circa due anni fa probabilmente dispersa o peggio abbandonata (era sterilizzata) e noi l’avevamo accolta, nutrita e dato un tetto. Era molto indipendente e all’inizio anche un po’ diffidente (forse non si fidava molto degli umani) ma col tempo era diventata più affettuosa e ha sempre mantenuto un’innata e dignitosa eleganza. Non abbiamo mai saputo quanti anni avesse, quando l’abbiamo portata dalla veterinaria non è stato possibile definire l’età esatta: aveva forse fra i 7 e i 10 anni. La sua perdita mi rattrista moltissimo e non poterla vedere più è per me un grande dolore. Spero che sia nel paradiso dei gatti con una montagna di croccantini a sempre disposizione. Rimarrà sempre nel mio cuore e nei miei pensieri.
Addio Gina.

di Alfredo Cristallo

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